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Il dossier antiburocrazia dei vignaioli indipendenti. Intervista a Matilde Poggi

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Archiviata in modo positivo la prima mostra mercato a Roma, i vignaioli della Fivi guardano già al prossimo anno e fanno un appello per salvare i vecchi vitigni. Mentre continua la loro “battaglia” per snellire la vita alle piccole imprese

La Fivi (Federazione vignaioli indipendenti), a cui aderiscono oltre 1100 viticoltori di tutte le regioni italiane, ha scelto per la prima volta Roma come sede della propria mostra mercato. I 212 produttori schierati nel Salone delle Fontane nel quartiere dell’Eur hanno accolto circa 6500 tra appassionati e operatori. L’incontro romano ha anche permesso di parlare dell’aggiornamento del dossier sulla burocrazia (2014) perché, nonostante i miglioramenti annunciati dal Testo Unico del Vino (Tuv), adempimenti e doppioni - spesso inutili - continuano a pesare sulla vita delle imprese, piccole o grandi che siano. “Le nostre sono tutte proposte concrete” ha dichiarato Saverio Petrilli, segretario nazionale Fivi “ma soprattutto sono nate in campo, dal disagio che abbiamo raccolto e continuiamo a raccogliere dai nostri associati”. Il problema di fondo nasce dalla sperequazione tra chi ha dimensioni, strutture e personale in grado di gestire la mole degli adempimenti richiesti e chi, molto più piccolo, vive con difficoltà una burocrazia che non fa differenze.

La Fivi, cos'è

La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi) è un'associazione nata nel 2008 con lo scopo di rappresentare la figura del viticoltore di fronte alle istituzioni, promuovendo la qualità e autenticità dei vini italiani. Per statuto, possono aderire alla Fivi solo i produttori che soddisfano alcuni precisi criteri: "Il Vignaiolo Fivi coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta". Attualmente sono poco più di 1100 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di circa 11.000 ettari di vigneto, con una media di circa 10 ettari vitati per azienda agricola. Significa quasi 80 milioni di bottiglie commercializzate e un fatturato totale di circa 0,7 miliardi di euro, per un valore dell’export di 280 milioni di euro.

 

Ecco cosa ne pensa Matilde Poggi, produttrice di vino e presidente Fivi.

 

Matilde PoggiMatilde Poggi

 

Iniziamo da Roma. È la prima volta che la Fivi affronta la Capitale. Come siete stati accolti e soprattutto qual è il bilancio ?

 

È andata bene. Molto bene. In due giorni abbiamo avuto 6500 ingressi: per essere la prima edizione è un buon risultato, tenendo anche conto che molte aziende si sono dovute sdoppiare, perché in Abruzzo era in svolgimento un’altra manifestazione. A differenza di Piacenza, giunta alla sesta edizione, dove gli ingressi sono stati 9000 e i privati sono la parte preponderante, a Roma sono venuti molti operatori del settore (enoteche, ristoranti). Abbiamo venduto di meno ma abbiamo avuto contatti con molti nostri clienti. Insomma, è un appuntamento da ripetere e da consolidare.

 

Alla fine della manifestazione romana, avete lanciato un appello per la tutela dei vecchi vigneti. Di cosa si tratta in particolare ?

Abbiamo inviato alla segreteria tecnica del Ministero una richiesta di deroga per salvare dall’espianto le vigne di almeno trent’anni che presentino tra i filari delle varietà minori non autorizzate dai disciplinari. Per noi la tutela dei vecchi vigneti è un valore culturale e un patrimonio di biodiversità da salvaguardare. I disciplinari, spesso troppo rigidi, e i controlli fin troppo precisi effettuati dagli Organismi di controllo, possono portare, a causa di queste presenze, all'esclusione di interi vigneti dalle Denominazioni di origine. L’unica scelta che rimane al vignaiolo è il reimpianto del vigneto e l’eliminazione delle cultivar non previste. Vogliamo evitare che questo patrimonio vada disperso.

 

Recentemente avete presentato un’integrazione al dossier sulla burocrazia, toccando diversi temi che si intrecciano con decreti attuativi del Testo Unico del Vino che il Ministero sta predisponendo…

Il Tuv ha risolto molti problemi, ma ora si tratterà di vedere come saranno formulati i decreti. Per esempio ci stiamo battendo perché, stante il regime attuale, un’azienda che produce 100/200 o 300 ettolitri di vino, subisce gli stessi controlli di chi ne fa 10 o 100 volte tanto. Vorremmo ci fosse una maggiore gradualità.

 

Quali sono gli altri punti che avete toccato nel dossier?

Spaziamo dai corsi per i patentini delle macchine agricole, dove chiediamo che il personale oltre a essere qualificato, abbia la necessaria esperienza e che sia previsto un adeguato un numero di ore di pratica in campo e con il simulatore, anche in situazioni difficili, cioè in terreni in pendenza o molli. Inoltre, ci siamo pronunciati sull’utilizzo delle fecce e delle vinacce in campo agronomico, oggi di fatto quasi impossibile a causa del divieto di compostaggio, l’unica pratica che renderebbe questi sottoprodotti adatti come fertilizzanti.

 

Per quanto riguarda i controlli, i Vignaioli hanno richiesto per l’ennesima volta la condivisione delle informazioni tra le varie amministrazioni coinvolte...

Assolutamente. Tutto ciò che deriva dalle visite ispettive deve essere condiviso immediatamente da tutti gli enti e le autorità a cui tali informazioni possono risultare utili. Bisogna evitare inutili doppi controlli che risulterebbero difficili da gestire dai vignaioli in termini di tempo necessario, e soprattutto diradando le visite alle conclamate aziende più virtuose. Una regolare condivisione delle informazioni, potrebbe semplificare il rinnovo del riconoscimento della qualifica di imprenditore agricolo (Iap) riducendo la necessità di ripetere, ogni volta, una serie di dichiarazioni ridondanti. Ribadiamo, inoltre, la richiesta di rivedere le procedure di aggiornamento degli attuali sistemi di monitoraggio regionale del patrimonio viticolo che ogni volta sono fonte di problemi.

 

Questa volta la vostra attenzione si è rivolta anche alle commissioni di degustazione. Quali sono i principali problemi che avete riscontrato e cosa proponete?

Stiamo notando che le attuali commissioni (formate da tecnici degustatori quali enologi, periti agrari, ecc, ed esperti degustatori, quali sommelier, ecc. iscritti ad appositi Albi; ndr.) tendono a premiare i vini più standardizzati a scapito di quelli meno omogenei, vedi vinificazione sulle bucce prolungata, con colori più accentuati, altitudine d’impianto, ecc. La nostra proposta è di inserire nelle commissioni anche dei produttori di vino con una comprovata esperienza di almeno 5/7 anni e quindi con tutte le caratteristiche necessarie per svolgere l’incarico.

 

Il dossier in 7 punti

 

1 Sicurezza sul lavoro: è necessario che a condurre i corsi relativi all’uso in sicurezza di dotazioni meccaniche (trattrici in primis) sia personale con esperienza pratica.

2 Vinacce e fecce utilizzate agronomicamente: Fivi chiede con urgenza che venga posto rimedio al vuoto normativo che di fatto ne impedisce l’utilizzo come fertilizzante.

3 Registri telematici: Fivi rinnova la richiesta di rendere obbligatorio il Sian solo quando dimostrerà un funzionamento stabile e affidabile e che sia facoltativo per i piccoli produttori.

4 Controlli e condivisione delle informazioni fra gli enti preposti: Fivi richiede che le informazioni derivanti da visite ispettive di qualsivoglia ente o autorità sia condivisa per via telematica.

5 Spedizioni e documenti di accompagnamento: la richiesta di Fivi è di aumentare fino a 240 bottiglie il limite per le spedizioni a privati e di prevedere nello sviluppo del registro telematico sul Sian una funzione che provveda il produttore viticolo di documento Intrastat.

6 Commissioni di degustazione: Fivi rinnova la richiesta di ammettere produttori ammessi a far parte nelle commissioni delle Doc e Docg.

7 Protezione e monitoraggio dei vigneti: Fivi propone la creazione e l’implementazione del monitoraggio della vulnerabilità al rame e agli altri elementi utilizzati nella difesa attiva che si accumulano nel suolo.

 

 

a cura di Andrea Gabbrielli

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 25 maggio

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