Un volume-denuncia che indaga il mondo degli allevamenti intensivi, rivela i dietro le quinte, le regole, ma anche e soprattutto le modalità in cui queste regole vengono aggirate. Da oggi anche nel programma televisivo Animali come noi.
L'origine dell'inchiesta
“Questo libro nasce dopo aver letto un altro libro”. Esordisce così Giulia Innocenzi (giornalista cresciuta nella scuderia di Michele Santoro e autrice di Tritacarne, edito da Rizzoli) per spiegare in che modo sia iniziata la sua inchiesta sugli allevamenti intensivi e il suo percorso (non ancora completato) verso il veganesimo spinto. Il libro a cui fa riferimento è Se niente importadi Jonathan Safran Foer. Un volume che ha come sottotitolo l'esplicativa domanda Perché mangiamo gli animali?E a questo quesito, un campo di riflessione non nuovo agli studi antropologici e a chi vuole andare a fondo sulle motivazioni che inducono un essere vivente a nutrirsi di un altro essere vivente sacrificato per lui, si aggiungono altre questioni: la necessità di porsi dei limiti, soprattutto, di tracciare un segno rosso oltre il quale non è lecito andare. E quello che nasce come un'esigenza morale (individuare qualcosa così importante da determinare le nostre scelte, anche alimentari; qualcosa su cui non si può passare sopra) si trasforma pagina dopo pagina in una denuncia sulle condizioni degli allevamenti negli Stati Uniti. “Mi sono detta che quella era l'America, e poi mi sono domandata se in Italia la situazione era differente”.
Intrusioni illecite e dubbi etici
Per rispondere, la Innocenzi ha scelto di seguire, passo passo, le tracce di Froer, anche nelle sue intrusioni notturne negli allevamenti intensivi, al fianco di gruppi di attivisti impegnati a testimoniare le condizioni disumane di questi che, nella retorica comune, sono definiti lager. Violazione, disturbo, sabotaggio, liberazione di alcuni animali sono le strategie di azione di gruppi come ALF (Animal Liberation Front) con cui la Innocenzi è venuta in contatto, con le implicazioni che ne conseguono e che a loro volta aprono altrettanti dubbi, dato che queste realtà formate da cellule indipendenti professano una condotta non violenta, ma per loro struttura non riescono a isolare o escludere chi sceglie azioni più aggressive, anche perché “i danneggiamenti economici e il danneggiamento della proprietà privata sono considerate azioni ALF, così come lo sono le liberazioni degli animali”si legge dal sito dell'organizzazione.
Insieme al dubbio sulla liceità e sulle conseguenze di alcune operazioni (liberare gli animali è poetico, ma può avere esiti rovinosi per gli allevatori) c'è in più il rischio di essere scoperti incappando in possibili conseguenze penali (è, se non altro, violazione della proprietà privata) quando non rischi per la propria incolumità. Perché quella tra allevatori senza scrupoli e animalisti convinti è un conflitto aperto che in taluni casi, non si ferma di fronte all'aggressione fisica e, più in generale, i furti di bestiame sono all'ordine del giorno e altrettanto lo sono le reazioni niente affatto pacifiche nei confronti degli intrusi, volte a proteggere il proprio patrimonio.
Così, tra l'adrenalina, il timore e l'orrore che si trova a testimoniare, la Innocenzi traccia un quadro, sempre più dettagliato, di quanto accade in certi allevamenti e di quali domande implichi ogni nostra decisione, anche in fatto di cibo. “Ho iniziato il mio percorso di conoscenza sul tema” spiega“sia documentandomi sulla realtà di questi posti, sia a livello personale mettendo in discussione le mie scelte alimentari”.
Tra legalità e illegalità
Così la giornalista ci accompagna in un viaggio nell'inferno degli animali. Gli allevamenti intensivi hanno ritmi, regole, dinamiche capaci di mettere in crisi la coscienza di chiunque. Ma il problema non è solo quello che, legalmente, è concesso, quanto quello che, illegalmente, viene fatto: “la verità è che la situazione è molto lontana da quella che ci raccontano” e per documentarla ha deciso che non poteva chiedere il permesso ma doveva entrare di nascosto con la videocamera e registrare quel che si trovava sotto ai suoi occhi: “una situazione aberrante”. Alcune sono storie note: le malattie dovute alle scarse condizioni igieniche e alla mancanza di luce naturale e di spazio, il conseguente (ab)uso di antibiotici, l'impossibilità di seguire il naturale ciclo riproduttivo con animali obbligati a partorire a ciclo continuo, le pratiche come quella del taglio della coda dei maiali o del becco delle galline per evitare che gli animali si feriscano tra di loro. Ma poi ci sono maltrattamenti, cattive pratiche, animali ammassati che muoiono schiacciati tra di loro, condizioni innaturali e ai limiti della tortura.
Si viaggia spesso in una zona grigia tra legalità e illegalità, e gli esempi sono tanti. Se sei un bufalino devi sperare di essere nato femmina (così da assicurare la produzione di latte) perché, dato che in Italia non c'è molto mercato per la carne di bufala, i maschi sono “scarti di produzione” e come tali vengono soppressi precocemente; la cosa migliore che possa accadere è morire entro i 17 giorni di vita, il periodo in cui, per legge, il cucciolo non può essere allontanato dalla madre e dagli allevamenti. Altrimenti si rischia una fine brutale: si muore di fame, sete o annegamento e poi si viene abbandonati in campagna. Tutte pratiche irregolari ovviamente, adottate per evitare i costi del macello (per ogni bufalino circa 30 euro, più 5 euro di iscrizione alla banca dati e altre spese quotidiane), possibili perché viene aggirato l'obbligo di registrare gli animali all'anagrafe zootecnica. La legge, invece, prevede il macello. Ma non che ai maschi delle galline vada meglio, il loro destino è segnato alla nascita, con tanto di indicazione di metodi di soppressione: gassati o triturati.
Le falle del sistema agroalimentare
Ma non finisce qui: a corollario di queste situazioni la Innocenzi segnala la progressiva scomparsa di alcune razze animali nostrane in favore di altre più produttive e adatte a forme di allevamento intensivo, stigmatizza l'impatto della genetica “oggi ci sono scrofe con 16 capezzoli e si lavora per aumentarli ancora e renderle così più redditizie, per aumentare il numero di suinetti nati ogni anno. Ma non è il caso di darci dei limiti?”. A tutto questo si aggiungono altre considerazioni: l'impatto ambientale di certi allevamenti, i rischi derivanti dal consumo di carne di animali trattati con antibiotici, e il conseguente peso sulla sanità pubblica, le malattie professionali di chi in quegli stabilimenti, in condizioni e con ritmi sovrumani, ci lavora. “Sono casi isolati” è la replica che più frequentemente si sentita dare. Una risposta che non convince la Innocenzi che, in questa inchiesta, ha avuto non poche intimidazioni, ma anche altrettanti incoraggiamenti. “In realtà le vittime sono gli allevatori che sono schiacciati da queste dinamiche di produzione” aggiunge, a inquadrare il fenomeno in un panorama più ampio di un mercato che non concede respiro e non ammette pietà.
Qualche conclusione è possibile?
Le riflessioni, le scoperte fatte infiltrandosi abusivamente, le spiegazioni dei metodi impiegati e delle leggi vigenti, e le rivelazioni fatte da allevatori e soprattutto veterinari che raccontano cosa si cela davvero negli allevamenti, l'inaffidabilità dei controlli, i modi di aggirarli, il rischio e le conseguenze che ogni pratica porta con sé. Sono questi gli strumenti che Giulia Innocenzi ha utilizzato nella lunga inchiesta (oltre un anno e mezzo) confluita nel libro-denuncia, prima, e nella trasmissione tv, poi (Animali come noi, 6 puntate ogni mercoledì alle ore 23,20 dal 15 marzo su Rai2).
Ma quali sono le conclusioni cui è arrivata? Senza giungere necessariamente al veganesimo, alcune opzioni ci sono. Intanto rivedere la propria alimentazione “mangiamo troppa carne” allerta “tre volte di più rispetto agli anni '50, con tanta carne rossa, quanto nel resto d'Europa. Praticamente non è neanche più una dieta mediterranea”. Meno carne e scelta con consapevolezza, anche se questo incide sui costi, “oggi pensiamo che la spesa alimentare debba essere molto bassa, ma forse dovremmo ricominciare a pensare a come spendiamo i nostri soldi e a cosa introduciamo nel nostro organismo”: Puntare su allevamenti estensivi, dove ci sono pratiche sostenibili e un basso impatto ambientale è una strada “ma” avvisa “anche così certe cose non cambiano”.
Auspica anche un cambiamento nelle etichettature nei prodotti di origine animale, con una maggiore tracciabilità e l'indicazione del tipo di allevamento impiegato, “cosa che però potrebbe ledere l'immagine di eccellenza del nostro made in Italy, dato che l'80% di quanto si trova in commercio deriva da allevamenti intensivi”. E segnala come, nel disciplinare del prosciutto di Parma, “solo una pagina su 52 è dedicata alle condizioni di vita dei maiali, e solo poche righe su come devono essere gli allevamenti”, ma poi si spinge anche a riflettere su alcune politiche agricole con domande che potrebbero, anche grazie alla messa in onda del programma, trovare risposte.
Tritacarne | Giulia Innocenzi | Rizzoli | 258 pp | 18 euro
Animali come noi | Rai2 | mercoledì h.23.30 a partire dal 15 marzo 2017
a cura di Antonella De Santis